SCRITTI CRITICI SU SANTO ATANASIO

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mariolev  Il lirismo nei suoi versi
sembra tornare alle sue fonti 
e ritrovare le sue ingenue
e sapienti motivazioni primarie,
ritrovarle con autenticità
e con una certa malizia estetica.

Mario Luzi
(dalla lettera di Presentazione a Monodici Canti − agosto 1986)
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giorgio squarotti
SEI GIUDIZI    
DI GIORGIO BARBERI SQUAROTTI
[da Poesie per amore di tempo perduto e d'infinito (1970-1995),
Ed. del Periodico "Le Madonie", Castelbuono (PA), 1999]
 
La sua è una poesia limpida, essenziale, fra descrizione e meditazione, con improvvise accensioni liriche che la conducono a vive tensioni ritmiche e di immagini, soprattutto in Vele tra sirti [sezione dei Monodici Canti].

(Torino, 3 agosto 1987)
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Ho letto la Sua raccolta di versi [Opali], che a me è piaciuta molto. La Sua è una poesia fortemente visiva, che si fa via via sempre più tesa e visionaria, entro ritmi ben scanditi. C'è la verità di luoghi e situazioni, ma c'è anche il sùbito lievitare della descrizioni nell'esempio, nel mito. E ci sono fondi momenti di meditazione. Insomma, è un'opera viva e originale.

(Torino, 15 giugno 1989)
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A voce a voce unisce un'incantata contemplazione con una ferma riflessione etica, il discorso dell'animo e il giudizio dei tempi. "Suggestioni paesistiche" per un rispetto e "Duetto a ora insolita" per l'altro ne sono le dimostrazioni molto alte.

(Torino, 12 agosto 1997)
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Caro Atanasio, con molta viva gioia ricevo la Sua nuova raccolta di versi [La semina del sole], che subito leggo, molto ammirando la sensibilità del Suo discorso poetico fra memoria, affetti, descrizioni, riflessioni profonde e suggestive visioni. Mi rallegro di cuore con Lei.

(Torino, 18 ottobre 1998)
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Caro Atanasio, i tre "Miti" sono davvero un bell'esempio di poesia della classicità rinnovata a fondo dalla sensibilità, dalla ricerca ritmica e verbale, dall'ironia moderne. Mi rallegro molto vivamente con Lei per un risultato così alto e originale.

(Torino, 21 aprile 1995)
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Mi ha dato una viva gioia ricevere il Suo bel poemetto [Suae reliquiae], che, in un modo molto alto, rinnova e reinventa la poesia dei sepolcri, alla luce di una profonda meditazione di vita e morte.

(Torino, 21 maggio 1996)
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Recensione di Rosanna Cancila a "Trilogia di miti greci"

(in "Le Madonie", N. 7, 1 Maggio 1995)

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Su Trilogia di miti greci

Ediz. d'autore f.c., Castelbuono, 1995

 

R.-Di-Liberti.jpgAtanasio si cimenta con la poesia lirico-drammatica, dopo di aver veleggiato (con "Monodici Canti" e "Opali") per mari dai flutti azzurri e sorvolato cime, alla ricerca di nuovi orizzonti.
Ecco la "Trilogia di miti greci".
Perché i miti? I poeti scelgono i temi che più li attanagliano, la cui soluzione lirica li gratifica. Una scelta è sempre una necessità inconscia. Appartiene all'essenza del mito suscitare una temporalità onirica, situata dentro la nostra storia e senza apparente spessore, ma sempre coinvolgente.
Le immagini liriche che nascono sono sempre in consonanza con il passato che si nasconde nel vissuto personale, entro cui si fondono i fantasmi sonori e gli accidenti stessi del ritmo, legati alle emozioni pregresse. In quelle immagini si consuma la sublimazione del "super-ego" poetico.
In Omero la parola "mito" significa in alcuni casi "parola" "notizia" "novella". "Dammi notizia ('myton') del figlio", implora Achille nell'Ade ("Odissea"). Più tardi esso assume il carattere fabulatorio di leggenda, di favola. Il mito è dunque linguaggio referenziale, cioè serve per altre forme di messaggi. In questo senso mito e poesia coincidono. In entrambi possiamo cogliere una determinata fase dell'io, uno stato di coscienza, un "curriculum vitae", il tutto dentro una perfetta saldatura tra sogno e realtà. C'è in quest'ultima, un prepotente seme di verità, che da universale diventa personale e percorre il cammino nel senso inverso.
E' quindi possibile scoprire, nel perfetto assetto metrico degli endecasillabi, spezzati da frequenti "enjambements", una vena sotterranea che talvolta sale in superficie, e irrora la realtà esistenziale, estremamente soggettiva, dell'autore.
[...]
L'eleganza formale ed espositiva dei versi ci dà la conferma del raggiunto apice di stile e di pensiero, tanto che questa silloge ci sembra più che altro un intertesto del credo poetico ed etico di Atanasio. Egli cerca di adeguare il mezzo espressivo all'altezza dell'impegno lirico, esercitato in modo formalmente mitologico, come un'entropia. che vede trasformare sé stesso negli altri, e gli altri in sé stesso. E ci riesce.
Di qui le invocazioni, le personificazioni, gli epifonemi, l'intreccio di figure retoriche e grammaticali, che danno la misura dell'abilità formale ed estetica.
Questo sperdersi nel mondo lontano del mito non deve far pensare a uno sfarinarsi della concretezza del vivere, perché la poesia è incontro del reale e dell'immaginario, nasce dalla vita e alla vita ritorna, sembra sfuggire alla conformità del quotidiano, ma può cambiarlo solo se diventa conforme e quotidiana, ma sotto l'ala di un dio.

Rosario Di Liberti
(dalla NOTA INTRODUTTIVA a Trilogia di miti greci)

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Su Amore in versi del settimo cielo,
Edizioni del Periodico "Le Madonie", Castelbuono, 2002
   M. A, La Grua 
[...] Da tempo poeta adulto quanto a sapienza dell'uso della parola    vergine, dell'immagine inedita, Santo Atanasio convalida la sua inesauribile creatività, consegnandosi ad un pubblico sempre più attento, con questa raccolta che è "una sola poesia scandita in quattro parti e in quattro sottotitoli", dove unificante è la vibratilità della sua anima. [...] c'è in questa poesia la sublimazione (per questo, versi del settimo cielo?) del linguaggio simbolico. Straordinarie sono la semplicità e la immediatezza espressiva dell'intuizione lirica.
Ci troviamo al cospetto di una invenzione-rivelazione che si fa di pagina in pagina sempre più sorretta. In tale contesto l'invenzione-rivelazione risponde al suo intrinseco significato etimologico.
Poeta nativo, ma anche riservato e schivo, Santo Atanasio dedica la raccolta alla sua cittadina-cuna, l'amatissima (ancora e sempre)
Castelbuono, ai suoi affetti, alla memoria dei suoi poveri morti. [...]

Mario Alfredo La Grua
(da "Poesia di Santo Atanasio", in "Le Madonie", N. 2, 1-15 febbraio 2003)
   
 
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Su Rime speranza fiore del deserto,
Edizioni Arianna, Geraci Siculo (PA), 2007
 
lagrua alfredoRecensione

 

 L'invidiabile salto di qualità della poesia di Santo Atanasio

 

 

 

 

Coinvolto in una sorta  di                 pieghe dell'anima e attingervi

incantamento e di fascinazione,               altre parole, altre immagini, altre

dall'alto della mia presunzione di             suggestioni. Senza mai scendere

poeta laureato e con il carico della           nel provincialismo, Santo Atana­-

mia senilità d'animo, mi sono                   sio rivela una straordinaria capa­-

calato dentro la recente raccolta               cità di ascolto della voce e dei

di poesie di Santo Atanasio "Rime           suggerimenti che provengono dal

speranza fiore del deserto" (Edi‑             suo ambiente di origine e dal suo

zioni Arianna 2007) e assaporan‑            vissuto, si tratti della montagna

done le pagine ho provato un                   nevicata di Castelbuono, "bellezza

inconfessabile complesso d'invi‑            minerale", o della figura del padre

dia al cospetto della densità e                  o del ricordo della "forgia" o della

della trasparenza della sua scrit‑             devozione tutta castelbuonese

tura sempre nuova e sempre gio‑            alla Madre S. Anna.

vane, a dispetto della sua dichia‑               Sarebbe riduttivo sottolineare

rata "età mezzana / più e più                    che l'ambiente di origine del

pesante sulle nostre spalle /più e              poeta, con le sue suggestioni e la

più gementi". Di solito questo                  sua atmosfera densa di religiosità,

genere d'invidia, definiamola pure           ha un ruolo portante nei suoi

"letteraria", si traduce, quando si             motivi di ispirazione.

scrive una recensione, nella mali‑                   Il suo modulo espressivo asso­-

gna tentazione di individuare un               lutamente originale, forse per la

calo di tensione lirica e di inventi‑           sua nota familiarità con il com‑

vità, un limite.                                           pianto Luzi, aggira l'ermetismo

        Fin dal suo esordio, quando              più rarefatto e si fa discorsivo.

Santo Atanasio era poco più di un                 Ci sono sapienti audaci e ver-­

ragazzo, mi era risultata sorpren‑            bali e scaltriti preziosismi. Gli si

dente la genuinità delle sue feli‑              possono perdonare come si per-

cissime intuizioni e della sua                    donano a Montale, a Quasimodo,

capacità di scavo nel segreto                    a Sinisgalli. Atanasio non eccede,

humus dell'analogia inedita e                   come accade a D'Annunzio, nella

della parola‑immagine.                            aggettivazione condimento e

        La mia invidia, non ignobile e          complemento del sostantivo.

non meschina, consiste adesso                       Ma come si fa a tralasciare versi

nel desiderio di chiedergli in pre‑            come "nella campagna liquescen­-

stito, per riscoprirmi giovane arti‑           te d'erba", come "azzurrità di

giano di poesia, un po' di tanta fre‑         cielo alto esclamata" e come "si

schezza e di tanta sicurezza crea‑            perpetua leggera e trasognata / l'i­-

tiva. Perché in definitiva saper                 larità della remota infanzia":

leggere poesia si riduce a un one‑           sono analogismi stupendi.

sto appropriarsi delle risorse                          Santo Atanasio conferma con

espressive dell'autore per anco‑              questa sua recente raccolta, una

rarle a una propria vibratilità e                 duttilità che è rivelatrice di un

capacità di personale elaborazio‑            affinamento stilistico sempre più

ne interiore.                                              consapevole e maturo. Dato per

        Per uscir di metafora, mi preme       indiscutibile l'invidiabile salto di

dire che Santo Atanasio ha tocca‑           qualità della sua scrittura poetica,

to in questa raccolta altissimi ver‑           resta la raccomandazione di non

tici di liricità; non dico traguardi,             andare di fretta nella lettura e di

perché in poesia non esistono                   assaporarla pagina dopo pagina

punti di arrivo essendo inesauri‑              per coglierne gli aromi e i sapori

bile ed imprevedibile ciò che in                più segreti, indugiando nelle ore

arte si chiama creatività e inventi‑           di tregua e di abbandono interiore

vità nel senso etimologico delle                sulle sequenze più accattivanti.

due parole. Inventare significa                        Grazie, Santino, di quest'altro

appunto trovar dentro; nel caso di             tuo dono.

Santo Atanasio scendere tra le                              Mario Alfredo La Grua

 

(in “Le Madonie”, N. 4, 1-15 APRILE 2007)
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Su Rime speranza fiore del deserto,

Edizioni Arianna, Geraci Siculo (PA), 2007

Pietro-Attinasi.jpgSanto Atanasio è raffinatissimo poeta, maestro di affascinanti modulazioni linguistiche conferenti intense musicalità alle parole dei suoi versi, nei quali però mai nulla compare di artificioso e banale.

Al contrario, ogni sua frase poetica appare frutto educato e maturo, abituale, della costante propria coltivazione interiore dei sentimenti, della saggia creazione del giudizio sulla vita del mondo, degli uomini e della natura.

In altre parole, allorquando l'espressione lirica preme per uscire dalla sua penna, essa è già intrisa di quella ritmica sequenza dettata convenientemente dalla capacità sinestetica di cui il poeta è ampiamente dotato. Ciò dimostrano le rime interne, le brillanti onomatopee, le delicatissime assonanze che danno vigore alle frequenti metafore. [...]

 

Pietro Attinasi

(dalla PRESENTAZIONE a Rime speranza fiore del deserto) 

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Su Fulgori e brine in seno, Lietocolle, Faloppio (CO), 2004

sergio-sciacca.jpgUna edizione raffinatissima di versi distillati nell’animo dell'autore (51 anni, di Castelbuono, ingegnere nucleare, ha scritto vari libri di liriche, apprezzati anche da Mario Luzi) dai casi della vita: le vittime di Nassiriya, gli anni che passano [...]; un lutto improvviso vissuto con trepidazione.
Ci senti dietro il ricordo di Pascoli, quello della Silvia leopardiana: ma le situazioni sono diverse, lo spirito è quello di oggi: lo stupore, la sensibilità del cuore è quello dei veri poeti. [...]
Dovunque "guizzi di sole / sciamano lieti / nell'avido candore / ... dei suoi occhietti", mentre "l'estate, adusta maga, / ritesse accalorata / tra sbuffi arsicci d'afa / solarità azzurrine...": è il trionfo della natura piena di vita. Di quel poco che gli uomini riescono a coglierne e di cui molto i poeti riescono a intuire.
 
Sergio Sciacca
(da www.lasicilia.it, 8 giugno 2004)
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Alfio-Inserra.jpg[...]
Una poesia che si ascrive ad un nuovo umanesimo, un progetto, al di là dei
cinquanta anni dell'autore, che guarda a questo suo mezzo secolo di vita con "beneficio d'inventario" , con uno "spleen" che è coscienza del transeunte, ma anche poetico interrogativo [...]; e oltretutto rimpianto per l'"oro" e per la "seta" "che in fondo al nostro cuore / l'artiglio ghermitore / ed empio della vita ha lacerato" (Esca estiva).
[...]
Un testo interessante, composito e autentico nel sentire che professa fede nella libertà e pace per l'umanità intera.
Atanasio si serve di uno stile essenziale che talvolta gioca con il metro contratto (Indizi, la sera) e altre volte si distende in polimetrie che vanno dal settenario all'endecasillabo ed oltre, onde dare alla sua lira quelle vibrazioni che commuovono lo stesso aedo prima che i suoi ascoltatori.

Alfio Inserra
(da "Amicizia", Anno XX, N. 3, Luglio-Settembre 2005)
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Su Monodici Canti, Opali, Trilogia di miti greci, Suae reliquiae
 
Gesualdo Bufalino        Caro professore,
   ho scorso con simpatia e adesione i Suoi versi.
   I molti anni, i molti malanni, i moltissimi impegni
   non mi consentono, purtroppo, letture distese e giudizi meditati.
   Posso solo dirLe che una genuina vocazione presiede alle Sue cose
   [Monodici Canti, Opali, Trilogia di miti greci, Suae reliquiae] e che,
nell'odierna condizione preagonica della poesia, è buon segno che qualcuno
creda ancora alle emozioni del cuore e ai fantasmi della luce. Auguri.

Suo Gesualdo Bufalino
(da una lettera-cartolina del 25 gennaio 1996)
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Su Opali, Edizioni "Le Madonie", Castelbuono, 1994
    zagarrio  Caro Atanasio,
  "né cristalli né rocce", come Lei dice sul modello di poesia che
  La convince di più, ma "opali": una condizione, dunque,
  mediana o di sintesi, adatta a produrre strutture robuste
  e insieme delicate, di leggero respiro e insieme ampio e sostenuto.
  Di questo motivo che Lei definisce "chiaroscurale" mi pare che siano esemplari le Sue poesie, perciò sono in generale convincenti [...].

Giuseppe Zagarrio
(da una lettera del 22 febbraio 1985)
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Su In laudem patris, LietoColle, Faloppio (CO), 2005
   
Rosanna Cancila[...]
La motivazione centrale dell'opera non risiede affatto nella finalità commemorativa e celebrativa evocata dal titolo, quanto nell'esigenza di superare il sentimento dell'abbandono e della solitudine conseguente alla
perdita di una persona cara.
Il poeta non ha inteso comporre l'elogio funebre dell'amato genitore per disegnarne l'immagine da consegnare ai posteri o anche solo per esplicitare un suo intimo bisogno, ma ha colto l'occasione per testimoniare con forza la sua percezione del dolore e della morte.
In lui, lo sgomento prodotto dall'assenza, dalla violenza della fine non è mai disgiunto dalla speranza alimentata dalla vitalità della Fede del credente: "... / questo raggelo, questo squarcio in seno, / ... / e una più e più profonda comunione" (Rami, la prima poesia della raccolta); "... / 'Santino, il tempo è inganno / ... / (la vita è, sempre)...'" (Di primo autunno, l'ultima poesia).
La cifra tematica e poetica della raccolta è la contrapposizione tra tempo ed eternità, ossia, ancora una volta, il destino dell'uomo, di tutti noi che, lungo il sentiero terreno, attraverso fremiti, sogni, passioni, gioie e attese, approdiamo fatalmente alla morte.
A questa morte, però, l'autore è riuscito a dare un senso: momento imprescindibile del ciclo vitale, essa diviene premessa di un nuovo incominciamento. Su tale maturata consapevolezza si fonda e si articola la poesia dei cinque trepidi componimenti, su un'unica nota di fondo il poeta modula il suo canto in un linguaggio lirico-discorsivo, ricco di figurazioni, carico di valenze morali, frutto di una maturità artistica, in cui la parola non è più "fine", ma "mezzo".
Siamo in presenza di un'opera che si può ritenere il punto di arrivo di tutte le esperienze culturali e poetiche di Atanasio, che, filtrate dalla sua sensibilità inquieta e vibrante, culminano nel gusto filologico della parola, nel culto della forma, nell'andamento mosso della frase poetica.
[...]
Rosanna Cancila
(da "Le Madonie", N. 3, 1-15 marzo 2005)    
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Su Lampeggiamenti, fremiti, sorrisi del sogno e del vero, Edizioni Arianna, Geraci Siculo (PA), 2017
 

Note di commento critico sulle poesie di Santo Atanasio

    C’è ancora uno spazio per l’espressione poetica nell’attuale realtà globalizzata che ci circonda, sempre più caratterizzata dalla prevalenza della tecnologia e da regole di un mercato economico che hanno come fine principale quello di esaltare bisogni e ambizioni di valore puramente materiale?  Se riflettiamo ai profondi cambiamenti che si registrano anche nel complesso sistema delle relazioni interpersonali, destinati ad influenzare l’universo interiore dei nostri sentimenti e delle nostre emozioni; se allo stesso tempo assistiamo alla progressiva scomparsa di modelli culturali che si sono formati attraverso l’avvicendarsi di generazioni, dovremmo concludere che la dimensione poetica deve rassegnarsi ad un destino di progressiva irrilevanza e marginalità.

          Per fortuna - malgrado ogni apparenza - così non è. E siamo abbastanza certi che così non sarà. Anche se è facile riconoscere che, nel novero delle attività umane che si collocano sul terreno della creatività artistica, la poesia possiede quelle caratteristiche di naturale fragilità, che finiscono col renderla meno “percepibile”, rispetto ad altre forme di valenza artistica (dalle arti figurative al teatro, alla musica, al cinema, all’architettura). Ma la poesia resiste, malgrado tutto. Ed è sempre una emozione dell’animo accostarsi alla conoscenza di un comportamento poetico, capace di produrre uno speciale rapporto dialogico con il lettore.

          “Lampeggiamenti, fremiti sorrisi del sogno e del vero” è il titolo che Santo Atanasio ha voluto dare all’ultima silloge delle sue liriche pubblicata da Edizioni Arianna. Un titolo, che può anche interpretarsi come il frammento di una sua poesia, in un certo senso un vero e proprio verso, balzato in copertina per annunciare l’intera raccolta poetica, di cui il “fil rouge” si può cogliere nelle immagini stesse suggerite dalla  forza evocativa implicita nelle parole che formano il titolo.

          Atanasio ha al suo attivo una corposa e significativa produzione lirica distribuita nell’arco di un trentennio, che ha ottenuto non pochi riconoscimenti, oltre che l’attenzione di importanti personalità del settore.

          E ciò serve per annoverarlo tra quanti praticano la poesia al di là del fatto episodico o occasionale, fino a farla diventare una dimensione esistenziale dalla quale riesce impossibile distaccarsi. Così accade che la scrittura in versi si sottoponga nel corso del tempo ad un processo di raffinamento, che punta diritto ad un intimo bisogno di essenzialità, anche quando i sentimenti trovano espressione in una loro declinazione compiuta e variegata.

          L’intera prima sezione della raccolta, che assume come proprio segno distintivo il titolo “Affetti familiari” è attraversata da una delicata ma intensa partecipazione emotiva verso coloro che hanno costituito la trama più intima nel vissuto personale dell’Autore: i genitori, i figli, i più vicini parenti, spesso ricordati in momenti importanti della loro esistenza: un loro compleanno, le nozze, una nascita.

          In queste liriche si coglie spesso la qualità elegiaca, che costituisce forse il tratto più caratteristico della poetica di Atanasio. Basterà citare pochi versi per rendersene conto.

          E così :

          “O Clara, fresca d’anni / ed ebbra di avvenire, / risplendi tutta / tutta mi togli il fiato, / mia tutta mattino d’aprile....”; oppure “ Rachele, / bionda pelle, fronte lieta / di brufoli e bei riccioli castani, / i tuoi occhi nel sole / come allodola / avventurano note e note dolci...”, ma potrei continuare, cogliendo negli altri componimenti di questa prima sezione una analoga aura di leggerezza e di suadente e complice semplicità.

          Una linea poetica di identica tonalità si rintraccia nella IV sezione della silloge, che viene ricompresa nel titolo “Versi di compianto e rimpianto”, che Santo Atanasio riserva ad amici scomparsi e rievocati con accenti di struggente malinconia. Ma in questo gruppo di poesie spesso fa ingresso anche la componente naturalistica, che trova la sua cornice privilegiata negli scenari agresti delle Madonie: “Varcava la giogaia madonita / cosparsa di agrifogli lecci querce, / aspra di roccia, soffice d’euforbia / e di pastura per armenti e ovini” (da “A Giuseppe Mazzola Barreca”).

          Si tratta di una fonte di ispirazione, quella naturalistica, che insieme all’altra, più propriamente religiosa, attraversa le altre sezioni della silloge poetica di Santo Atanasio, che tuttavia si conclude (e siamo alla sezione VI, che adotta l’emblematico titolo “Versi di orrore”) con gli echi angoscianti dei tanti avvenimenti orribili di questi ultimi anni, da Auschwitz fino alle stragi terroristiche più recenti. Eventi agghiaccianti che minacciano purtroppo di mettere in crisi la visione di un mondo semplice, pacifico, laborioso, quale è quello che si può ancora ammirare da quel privilegiato angolo di mondo che è la Castelbuono di Santo Atanasio.

Messina,  aprile 2017                                                                           Pompeo Oliva

[da "Le Madonie", N. 5, 15 maggio 2017]

 

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Santo Atanasio: “Lampeggiamenti, fremiti, sorrisi del sogno e del vero”

Quando un amico ti regala un suo libro è giorno di festa. Se poi il dono arriva da un amico poeta, è giorno di gioia piena e noi, pur non essendo critici letterari, sentiamo il bisogno di manifestare questa sensazione gioiosa e di esprimere, da lettori stupiti, il nostro stato emozionale con parole semplici ma sincere.

Ecco, l’amico Santo Atanasio ci ha inviato un esemplare della sua ultima opera poetica – Lampeggiamenti, fremiti, sorrisi del sogno e del vero – edizioni arianna - con un titolo che ci appare seducente perché predispone il nostro spirito a spaziare tra il mondo del vagheggiamento e quello della realtà, secondo il piacevole percorso labirintico delle sue fascinose, vibranti visioni della vita.

Dando un’occhiata all’indice si intuisce subito l’impostazione razionalizzante dell’autore-ingegnere, che riesce a compiere un riordino logico in campi semantici della sua raccolta di liriche. Sono campi associati ai valori di vita del poeta (…la famiglia, l’amicizia, la religiosità) oppure alle sue forti sensazioni che lo avvicinano alla passionalità romantica e al realismo ottocentesco (…la condanna del male, l’esaltazione della molteplicità di forme e bellezze della natura).

La rima scorre fluida, leggera, trasparente in una infinità di simboli, di visioni, di metafore, che riescono a colpire il cuore di chi gusta quei versi.

E, proprio all’inizio, Santo, con la sua delicatezza, dedica una bellissima invocazione a chi apre il libro: “Vorrei con i miei versi trasfondere in te, lettore, quella bellezza irradiante che suscita l’amore, il sogno, la speranza”. Ecco ci sembra che nella parola “speranza” possa sintetizzarsi il profondo e propositivo messaggio di Santo per un mondo migliore. Per ciò, al di là della preziosità dei versi e dei loro contenuti, anche per questo il volume va letto, va assaporato, va goduto.

Roma, 19 aprile 2017                 Sandro  Morici

[da "Le Madonie", N. 5, 15 maggio 2017]

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Che cos’é la poesia? La domanda forse è mal posta. Meglio chiedersi chi sono i poeti. In questo caso la risposta è molto più semplice: i poeti sono quelli che, in quanto artisti, creano, attraverso l’emozione, la bellezza. Come fa Santo Atanasio. In questo libro, Lampeggiamenti, fremiti, sorrisi del sogno e del vero, in linea con I suoi precedenti, il poeta usa la lingua sua, tipica: essenziale, ricercata, elegante poiché scremata d’ogni banalità e da ritmi fuorvianti. I temi poi reggono il pari con la lingua. L’insieme risulta un dolce canto, proveniente da una voce simile a una lira monocorde, minimalista, abilmente sottesa a esaltare gli affetti dell’uomo verso le componenti più importanti della vita: la famiglia, la natura, le stagioni del tempo e dello spazio, la memoria, i modelli personali e sociali, la religione del bene, gli orrori del male, il sogno, la realtà. Il mondo, di “paese”, da lui proposto, è minore solo apparentemente rispetto a quello delle megalopoli, di cui magari potrebbe essere innamorato il lettore. E’ solamente “altro”. E’ il “mondo diverso”, di colui che riesce a provare incanto dentro una chiesa cattolica, al cospetto di Mio figlio di dieci anni — in veste bianca, / china la testa sulle mani giunte, / inginocchiato — è proprio un angioletto…, o di chi si commuove perché Triste come la vite vendemmiata / é l’andatura della tartaruga...

Un mondo per nostra fortuna lontano da quello in cui ai bambini si danno in mano fucili che uccidono veramente, coltelli che tagliano teste di prigionieri, giubbotti imbottiti dell’esplosivo da kamikaze. Grazie, poeta!                                                        Pietro Attinasi

[nella quarta di copertina del libro]

 
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“Cento poesie nuove e varie” di Santo Atanasio: parole d’ombra e d’azzurro

di Antonella De Luca

 

Il respiro delle stagioni: quelle del ciclo della natura, che svela a tratti il suo mistero in un trascolorare di terre e di cieli, di fiori e di ali, e quelle dell’esistenza dell’uomo, che procede  ̶  ora con inquietudine ora con serena compostezza  ̶  tra la fascinazione residua della propria primavera, leopardiano simbolo della giovinezza, e la consapevolezza del proprio autunno che già cede al chiuso gelo invernale. Tuttavia, il poeta non si lascia vincere dalla  tentazione del ripiegamento in un cono d’ombra, ma torna ad aprirsi allo stupore dell’aurora che irrompe (“Così una volta ancora, / il cuore si disgela e si spalanca / al sogno di un domani / arcobaleno e sole, / oltre gli abissi cupi del dolore”). Allo stesso modo, percepisce che fino a quando il cuore riuscirà a vibrare di fronte alle colline, al mare, al cielo e  a sentire “la poesia della neve e dell’infanzia, e l’amore, e la morte”, potrà affermare di non essere vecchio.

Siamo sommersi, allora, da un fluire di profumi, suoni, colori, che continuamente sembrano richiamarsi e rispondersi in una sinestesia dell’anima, protesa e spalancata all’Essere, a coglierne l’ebbrezza vitale e le struggenti malinconie, mentre il presente si innesta sulle memorie ancora palpitanti del passato e diventa già, esso stesso, memoria. Orazianamente, lo sappiamo bene, “dum loquimur, fugerit invida aetas” (“mentre parliamo, sarà fuggito l’odioso tempo”), ma proprio mentre l’attimo si consuma, nulla potrà impedire che la bellezza si sia irradiata come un improvviso bagliore sull’opacità del vivere e vi abbia lasciato per sempre la sua ineludibile traccia di splendore. Sì, bisogna attraversare il tempo per far vibrare, con tutta l’intensità possibile, l’anelito all’eterno insito nell’uomo. Il silenzio assorto, sempre sospeso tra fragilità e pienezza vitale, fa germinare la parola poetica, che diventa vita e, ancora, professione di speranza.

La poesia si fa voce del desiderio di perdersi nel Tutto e implora alla parola di “volare alta” e  di “crescere in profondità”, come indicano i bei versi di Mario Luzi posti programmaticamente come epigrafe iniziale della raccolta, ad esplicitare che  lo slancio del volo e l’ostinata fatica dello scavo interiore rappresentano il compito, forse la missione, del poeta, una sorta di vocazione laica alla profezia dell’Oltre.

Sullo sfondo, si staglia la Sicilia, l’isola in cui si riflette, come in uno specchio, l’anima-isola che ricrea la sua mappa interiore di contrasti e dissonanze, nei paesaggi incantati del sogno e nella consapevolezza acre e disillusa della realtà. All’interno di questa geografia reale e simbolica al contempo, si proietta il piccolo borgo con le sue antiche pietre, i suoi spazi sacri, e la campagna riarsa dal sole, con “l’azzurrina infinità del cielo”, gli alberi pascolianamente individuati ciascuno con il proprio nome in un inventario che diventa abbraccio e simbiosi (il castagno, il frassino, la quercia, il mandorlo) e poi i fiori (il glicine, i gerani, l’ibisco), i “giochi del vento”, la leggerezza di passeri e rondini, il frinire monocorde, ossessivo e pur dolce, delle cicale (“nenia che riconforta chi, dentro, è tutto inverno”), il volo girovago delle farfalle e dei pensieri, diventati un tutt’uno in una suggestiva metamorfosi, e poi ancora le memorie, continuamente dissepolte e vagheggiate. E’ continua la corrispondenza tra i paesaggi e gli stati d’animo: la desolazione degli alberi “nudi e bruni” e la fragilità del poeta (“E’ la loro ferita anche la mia!”), ma  ̶  anche  ̶  l’eguale anelito alla linfa-speranza che tornerà, “forse, domani”.

Ed è qui, su questa terra, che si è presi dalla vertigine dell’infinito, che trascende l’angusto perimetro del divenire. Anche quando è rimpianto, straziante e dolcissimo, per un’assenza, che forse tale non è. Bellissime, nella loro espressività sussurrata e spoglia, le tre poesie per la madre. Allora i versi diventano elegia, invocazione struggente,  ma sempre canto d’amore, non epicedio.

“In me come in un libro: / le lettere d’amore / (tutte rammemorate / parola per parola) / che lessi nel gran sole / degli occhi di mia madre / (è altrove, lei, ora, è nell’oltreumano). // E’ bello custodirle /  nettare in fondo al cuore ― ancora, / e ancora.”

Il sole del suo sorriso continua a splendere in fondo all’anima raggelata del figlio e ne consola l’inverno interiore (in un’altra sezione, più avanti, in una riflessione più generale, si parla di “morti / così ostinate / da non morire mai / del tutto”).

A volte, Atanasio osa una sorta di personale codice allusivo ai suoi modelli, riprendendone gli stilemi e la simbologia, ma rovesciandone il contesto e il messaggio.

E’ quello che accade in Pioggia di ottobre, in cui l’esplicita contiguità con la famosissima  Pioggia nel pineto dannunziana sposta consapevolmente l’atmosfera dionisiaca e sensuale dell’estate di Alcyone al malinconico riverbero grigio dell’autunno, inteso  ̶  anche  ̶  come fase dell’esistenza: “Piove… E la luce grigia della pioggia / sotterra lentamente / tutte le cose intorno, / e la gloria dei sogni che sognai, / e la mia vita schiva e greve d’anni”, con il gioco sottile  del repentino passaggio, nei tempi verbali, dal presente al passato remoto, e dell’insistenza sulla figura etimologica di sogni soltanto sognati, appunto, e inesorabilmente sommersi. Accade il contrario, invece, in Nebbia d’autunno, dove la nebbia, simbolo pascoliano del mistero e dell’inquietudine, diventa un impalpabile velario che dischiude sensazioni limpide e luminose ad una creaturalità lieve, ormai senza più peso.

Adoperando la rilettura della pregnante metafora della barca, consueta in tutta la tradizione letteraria (da Francesco Petrarca a Edgar Lee Masters), la poesia, che in Dante (“Guido i’ vorrei che tu e Lapo ed io) era vascello avulso dalle tempeste della realtà, in uno spazio metastorico e perennemente avvolto nel sortilegio del sogno, qui è “una vela che rientra in porto, lacerata” ma straripante di vita e di bellezza, nella sua dicotomia costitutiva, intessuta di sofferenza e gioia.

Una sezione di testi viene assorbita dall’impegno civile e dalla storia. Già nella poesia dedicata a Falcone e a Borsellino, il poeta riprende uno slogan di massa che inneggia alle loro idee che “marciano avanti ogni anno, tutti i giorni” e lo strappa al rischio dell’assuefazione, riprendendo una dicotomia cara al Vittorini di “Uomini e no nella bella immagine di un mondo spaccato in due: “gli uomini, e gli altri”.

Di fronte agli scenari di guerra, inoltre, l’io del poeta sembra ulteriormente dilatarsi in un sentimento di condivisione e di fratellanza universale, ad accogliere in sé l’esperienza del dolore collettivo. Il linguaggio abbandona le immagini rarefatte, la musicalità, la ricerca della misura esatta del metro, di quel lirismo, a volte preziosistico, trasfuso nell’amato endecasillabo  ̶  così presente nella trama apparente dei versi liberi  ̶  e diventa volutamente discorsivo, prosastico, disseccato, quasi del tutto impoetico nella spietatezza del taglio cronachistico, in un martellante calendario dell’orrore (“terzo giorno di guerra”, “…sessantasette giorni allucinanti”, “metà maggio”). E poi il lamento, che si esprime nella preghiera (“O Dio, / anche i tuoi cieli sono in agonia”) o nell’urlo della triplice anafora (“…la Civiltà è morta, è morta, è morta, / negli occhi il grido: “pace! pace! pace!”) che evoca e attualizza l’antica invocazione petrarchesca come le risonanze quasimodiane senza per questo cedere alle suggestioni della “retorica esecrabile”, anzi affermando scoratamente che “la parola ‘pace’ più tace più tace più tace”, questa volta in una sorta di ancora triplice rintocco funebre.

Eppure più forte l’anima si aggrappa all’amore per la vita, al senso della libertà che è leggerezza ed incanto: “La libertà: // la colgo dentro agli occhi / pudichi e spensierati dei fanciulli / che ad ogni aprile rondini si credono / e volano a smarrirsi nell’azzurro”. E, anche in una mattina di gennaio, si smemora a guardare l’oscillare lieve di un ramo di mandorlo “sotto il peso di un passero che sogna”, per concludere “Anch’io soavemente / fremo d’azzurro e d’ali”.

La speranza, quindi, rimane l’estremo dono della parola poetica, che resiste e si consegna al lettore perché cerchi a sua volta l’amore e la bellezza, per trasformare anche la sua vita “in rondine leggera ― / per farsi eternità”.

Antonella De Luca

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Santo Atanasio, “Cento poesie nuove e varie”, Gilgamesh Edizioni, Asola (MN), 2022.

SCRITTI CRITICI SU SANTO ATANASIO
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“Versi freschi e lievi” di Santo Atanasio: un diario di viaggio attraverso l’essenza dell’anima

di Lina Arrigo

 

E’ difficile che la parola scritta, e in particolar modo i versi riescano a racchiudere, riassumere o evocare i sentimenti dispersi e complessi dell’essere, sino a tesserne impalpabili lodi, frammiste a intenti etici e rimpianti. E’ la difficile funzione stessa della poesia, complessa, ma che è propria del poeta. Funzione alla quale Santo Atanasio, poeta finissimo, e cesellatore del verso, adempie in modo perfetto nella sua raccolta di poesie “Versi freschi e lievi”. Non è una raccolta di versi sparsi, ma un diario di viaggio attraverso l’essenza dell’anima umana, un’ode alla complessità dei nostri sentimenti.

Le poesie sono raggruppate in sette sezioni tematiche. Vele spiegate, spinte da un vento che soffia dal rimpianto nostalgico di un tempo che fu all’introspezione intimistica, alle suggestioni evocate da fatti di cronaca, vissute ed espresse con profondo senso civico.

Si apre con la sezione “I. Versi in memoria”, ove l’autore con maestria poetica, dipinge immagini vivide che si riflettono nella profondità dell’anima, consentendo al lettore di esplorare, attraverso pennellate di intimità personale, emozioni universali. Nei versi, le parole, sempre ricercate, raffinate, si intrecciano come fili di luce, ed illuminano gli angoli più profondi ― talvolta anche oscuri della mente del lettore. Ogni verso è come una finestra aperta sull’anima dell’autore, scrutando dalla quale il lettore è delicatamente indotto a guardare parimenti dentro sé stesso  e scoprire  nuove profondità di significato e bellezza.

L’autore ricorda la madre nella poesia “Gli occhi di mia madre”. Dipinge un ritratto dell’amore materno: gli occhi bruni, metafora di costante amore e protezione; gli occhi celesti evocano un senso di purezza e divinità; il profumo del pane e delle preghiere costituiscono un elemento quasi mistico di calore e conforto: la madre è non solo espressione di amore terreno, è anche spiritualità pura e nutrimento dell’anima.

“Profughi-naufragio” è una poesia potente, che affronta con compassione il tema di cronaca del naufragio di un barcone carico di “cristi dalla pelle scura”, “vera ecatombe di vite umane”. Il poeta rende quasi palpabile l’orrore  e l’ingiustizia, spingendoci a riflettere sull’importanza di rispondere ‘cum-pathos’ e impegno alle tragedie che affliggono il mondo.

L’amore molesto e criminale trova  spazio nella poesia “A Giulia” ― dedicata a Giulia Cecchettin, barbaramente assassinata da chi diceva di amarla ―, poesia che, con metafore delicate come “pensieri-fiori”, “pensieri-abbracci”, “pensieri-preci”, diventa simbolo di lotta contro l’amore “mendace” e si candida a rimanere sempre fonte d’ispirazione per combattere il male attraverso un ricordo perenne.

Nella sezione “III. Nerore”, il poeta con sgomento condivide con il lettore la sua visione cupa della storia umana, enfatizzando la presenza pervasiva di odio e guerra nel corso della storia; c’è però, nello stesso tempo, un desiderio profondo di pace e speranza per la fine del conflitto in Ucraina nella poesia “Venga la pace”. Utilizzando immagini luminose come il sole che risplende e la gioia che rifiorisce ci trasmette la speranza di un futuro migliore, auspicato con brindisi di “calici di amore”. Questa visione ottimistica viene però stemperata dai versi di “Utopia”, nei quali la disillusione riguardo alla “diplomazia”, “la pace  universale”  come “altezza irraggiungibile”, evocano una sensazione di impotenza nel raggiungere un accordo duraturo e universale tra le nazioni; tema amaro che viene riproposto, con incredulità e sconcerto, in “Incomprensibilmente”, tragica riflessione lirica sulla continua violazione della dignità umana e sulla violenza “insensata” che continua ad essere perpetrata dagli esseri umani sugli esseri umani. E’ un grido di dolore, che richiama l’urgenza di porre fine alle “atrocità” e la necessità di un cambiamento positivo e radicale per l’affermazione della pace e della giustizia in tutto il mondo.

Questa tensione sociale e civile, questo orrore per la guerra e della guerra e per la violenza si addolcisce in “IV. Frammenti di preghiera”, un vero inno al pensiero di San Francesco d’Assisi, riconosciuto per la sua umiltà e la sua dedizione alla pace; preghiera alla speranza per un mondo migliore, linfa che lenisce e dà conforto, chiudendosi con un appello al Santo “poverello”,  affinchè sia “strumento di pace ― del Signore”. 

La settima sezione, “VII. Mia linfa vitale”, è invece intrisa di suggestioni ed emozioni nostalgiche legate ai luoghi natii che diventano luoghi dell’anima. Castelbuono, borgo dove il nostro poeta è nato, viene dipinto con i colori delicati di un acquarello poetico: luogo magico, affascinante che “cattura i cinque sensi” e trasforma i pensieri in libertà. Diviene così, nella trasposizione poetica di Santo Atanasio, una fonte di nutrimento: “cibo per la mia fame, / acqua per la mia sete”. E’ un rifugio sicuro e accogliente “se tristezza o gelo è il mio profondo”, fonte arcaica e materna di spiritualità.   

Al tema delle origini culturali si ricollega anche “Mattina, cielo isolano”: in essa cattura magistralmente l’atmosfera incantata della Sicilia, attraverso una serie d’immagini vivide e suggestive. La descrizione del cielo “puro” e luminoso evoca una sensazione di leggerezza, mentre “pensieri  lievi” e “odorosi” creano un’atmosfera di dolcezza e rimandano a un senso di rinascita e rigenerazione, restituendoci, come in una scultura a tutto tondo, piena, corposa, l’essenza della magia della Sicilia. E la bellezza della nostra terra è l’oggetto della lirica “La neve è scesa...”, dove, con la celebrazione della semplicità e della bellezza della natura, e con ardite similitudini tra ”guizzi di stupore” e “gran festa negli occhi”, viene aggiunto un elemento di nostalgia e contemplazione. La neve diventa così non solo un fenomeno naturale, ma anche un catalizzatore di emozioni e pensieri, che risveglia ricordi e sentimenti sepolti nella nostra interiorità. E potrei continuare a citare gli altri componimenti, tutti preziosi, che dipanano trame di emozioni, suggestioni e stati d’animo. 

La raccolta è  dunque un viaggio che cattura l’essenza dell’esperienza umana in modo universale ed intimo allo stesso tempo. Incanta ed ispira, è testimonianza, ora dolorosa ora nostalgica, dell’uomo del nostro tempo. E’, ancora meglio, una testimonianza del potere della parola nel comunicare l’ineffabile e nel connettere le anime umane attraverso il tempo e lo spazio. Una raccolta che merita di essere letta, riletta e assaporata ripetutamente, perchè ogni volta rivela magicamente nuove sfumature di significato ed emozioni. E’ un piccolo tesoro da custodire, una fonte d’ispirazione per chiunque cerchi bellezza e poesia nella vita quotidiana.

 

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Santo Atanasio, “Versi freschi e lievi”, Gilgamesh Edizioni, Asola (MN), 2024.

“Versi freschi e lievi” di Santo Atanasio: il canto delle emozioni

nota di lettura di Franca Di Vagno

 

Leggendo la silloge "Versi freschi e lievi" del poeta Santo Atanasio, si respira aria di antica saggezza: la saggezza di chi ha saputo sedimentare e custodire dentro di sè, con tenace gelosia, l'incanto dei sogni e delle illusioni giovanili e il disincanto delle amarezze e delle delusioni.  Sentimenti che si fondono in un nodo inestricabile con i volti amici, con il sole e la pioggia,  il vento e la quiete, il cielo e il mare, i colori e i profumi della Sicilia. Il poeta testardo tenta di scalfire quel nodo, fino a quando frammenti e schegge si staccano, si liberano e lui,  felice, li riconosce, li riporta alla luce e li restituisce alla vita in un canto "fresco e lieve".

Particolarmente suggestivi sono i versi delle ultime due sezioni; in essi si ricapitolano tutti i temi della poetica dell'autore Santo Atanasio, perché sono un'unica, commossa dichiarazione d'amore  alla su donna, ai suoi affetti più cari, all'Amore, alla sua città, ai suoi monti, alla sua Sicilia.

Il saggio poeta sa che la sua casa è là, il suo posto è là, tra gli affetti più sinceri, caldi, appassionanti ed eterni: tra le "cose" belle che danno un senso vero alla vita.

QUANDO IL SOLE ESCE DI SCENA E SI LEVA IL VENTO

Recensione di Rosalba Gallà alla silloge poetica “Versi freschi e lievi” di Santo Atanasio.

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Non sono ancora trascorsi due anni dalla pubblicazione della raccolta “Cento poesie nuove e varie” e il poeta castelbuonese Santo Atanasio ritorna a farci assaporare una nuova silloge, “Versi freschi e lievi”, che si colloca sulla scia tematica e formale della precedente, come una sorta di prosecuzione del racconto in versi della sua dimensione interiore in una precisa fase della vita, in cui la condizione anagrafica spinge inevitabilmente a fare i conti con il tempo che trascorre e, soprattutto, con quello che è già trascorso. “Il tempo, grande scultore”, scriveva Marguerite Yourcenar, e il tempo scolpisce anche attraverso la poesia, creando schegge temporali in cui vengono fissati stati d’animo, sentimenti, memorie, attimi, stratificazioni interiori che palpitano ancora, dando senso al presente e forgiando prospettive future.

“Versi freschi e lievi”, dunque, ma venati di una malinconia che però non ama crogiolarsi in se stessa, ma spinge verso la ricerca di nuove sicurezze e di riconquistata serenità. Il sole, grande protagonista dell’intera raccolta, durante la pioggia esce di scena “dietro di sé lasciando / una scia di rimpianto / e di silenzio grigio: c’è una perfetta corrispondenza tra il tempo della natura e il tempo interiore del poeta, nell’alternarsi delle stagioni e nella ciclica trasformazione degli alberi e delle condizioni ambientali. Immerso nel suo contesto madonita, Santo Atanasio porta nelle profondità del suo essere ogni goccia di pioggia, ogni soffio di vento, ogni raggio di sole, ogni petalo, ogni foglia, che diventano occasione per viaggiare dentro di sé e per creare piccole sculture di versi, cesellati con finezza, scheggiati con raffinatezza come solo la durata del tempo interiore e le stagioni dell’anima sanno fare.

Autunno e primavera, inverno e estate si alternano nell’animo poetico di Atanasio, richiamandosi reciprocamente: nei “rami scabri, ruggine e grigiastridi dicembre, il poeta vede già “la febbre / di verde, di profumi e fiori nuovi, / di altri canti giulivi, di un bel sole”, proiettandosi fiducioso verso la successiva primavera, avvertita già nelle vibrazioni dell’anima. Nel suo presente c’è una tensione continua tra un ripiegarsi verso il passato e un dispiegarsi verso il futuro: c’è “un’armonia di memorie oro e rosa” con la possibilità di rivivere “il tempo delle fiabe” e la prospettiva che il cielo si riapra e si adorni “di palpiti di sole”: così “tutte le foglie e i petali grondanti / ecco! sospirano di un gran sollievo”. Sono movimenti circolari dell’animo umano, son labirinti interiori in cui il tempo, con le sue sculture, perde la dimensione della linearità e si incurva su stesso, in un eterno ritorno che fa rivivere il passato e fa presagire il futuro. La vita si proietta oltre quella terrena e vola, in certi momenti, verso la trascendenza, con quel profondo sentimento religioso che è proprio del nostro poeta. “Passano gli anni, passa la tua storia / e cadi, o vita, neve silenziosa”: immagine di eccezionale delicatezza che sfiora il tema del senso della vita e della morte, una vita che l’umanità conduce “tra fiori e sole e vento e fulmini” dove il polisindeto, con il suo ritmo insistente, evoca tutte le gioie e tutti i travagli dell’esistere. La vita cade, ma “il morire ti asseta di altra vita”. È intenso, in diverse poesie di questa raccolta, il sentimento di perdita: l’uomo assiste a un lento venir meno, a “foglie ocra di un noce frondoso” che “si staccano dai rami / ad aliti di vento”: “Similmente” (è il titolo della poesia da cui sono tratti questi versi) “andranno via tutte le nostre cose / belle e gloriose, / che c’erano una volta / e che nella memoria sono rose / che sfoglierà altro vento”. C’è la consapevolezza, che a volte supera la malinconia per approdare a un’amara tristezza, che la domenica della vita, la gioventù alla maniera leopardiana, sia irrimediabilmente perduta, ma rimane sempre presente l’antitesi tra “la greve vecchiaia” e “il primaverile sentire”; la sintesi di tutto questo patrimonio di sentimenti contrastanti è evocata nella breve e intensa lirica “Ogni giorno”:

“Nuvole, pioggia, / vento (che scuote gli alberi, / che svelle rami, / o che vellica i prati), / e arcobaleni e sole, / inverni e primavere ― / purché ogni giorno / non sia tempo sprecato / e il cuore e i sensi vibrino / d’amore per la vita.”

Ancora una volta ritorna il tema del tempo, un tempo interiore da non sprecare, un tempo che trova voce nella poesia e nella bellezza, la poesia che sa “cibarsi di cielo quando albeggia” e la bellezza come “emozione che solleva l’anima / verso l’incanto dolce dell’amore”.

Rosalba Gallà

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Santo Atanasio, «Versi freschi e lievi», Gilgamesh Edizioni, Asola (MN), 2024

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